La strada degli oleandri

Erano gli anni settanta quando mio nonno usciva armato e fiero per andare a buttare il verde rame sulle vigne che gli avrebbero così reso al massimo, senza rischi di spreco dovuti a parassiti. Angelantonio avrebbe ottimizzato la resa quantitativa del prodotto e tutta l’uva raccolta sarebbe finita in quel vino che io ricordo aspro come l’aceto. Sentivo parlare gli adulti di solfiti e bisolfiti che – dicevano – erano necessari per la conservazione. Fu una sorpresa per me quando, con i primi mal di testa da sbornia, venne fuori che i solfiti erano tossici, che provocavano addirittura la morte.

Eppure mio nonno credeva nell’idea di progresso e d’affrancamento dalla terra tramite la sua manipolazione da parte dell’uomo. L’uomo, animale intelligente, con gli avanzamenti scientifici e tecnologici, doveva sfruttare la terra a proprio vantaggio: il boom economico del dopoguerra metteva a disposizione di tutti i miracolosi ritrovati dell’industria chimica, che lentamente, ma capillarmente sarebbero entrati nelle pratiche contadine di ognuno. La terra è bassa – ma se chi la coltiva si fa furbo, la si può spremere a fondo e quasi lavorarla in posizione eretta.

E fu così che mio nonno, contadino per nascita, in missione in Etiopia, mancato emigrante (forse per amore verso la moglie, forse per le promesse di riscatto sociale seguite alla guerra) senza rimorsi si affrancò dalla terra e riuscì a dare un’educazione ben oltre il curriculum dell’obbligo alle figlie, tutte mandate a studiare fuori Guilmi. Le tre sorelle si stabilirono alla fine a Vasto, lasciando i miei nonni da soli al paesello, che un po’ si tenevano occupati con le dichiarazioni dei redditi d’altri agricoltori diretti, un po’ con attività di piccolo commercio tramite le quali avevano accantonato le fatiche della terra per sempre[1].

Ma non resistettero molto in paese: andata via l’ultima figlia, col nuovo stile di vita dell’uomo affrancato, arrivò anche la noia, l’accidia, e un certo malessere dato dal distacco dalla famiglia. Così anche loro si trasferirono a Vasto.

Mio nonno, ancora intraprendente a sessant’anni, pensava che un altro nuovissimo capitolo di vita stava per iniziare per lui e la moglie, quando percorreva la strada per il mare fiancheggiata dagli oleandri. Gli effluvi di quella pianta velenosa e la promessa del salmastro vastese, dove sorgevano fabbriche internazionali e potenti in cui lavoravano tutti i villani scesi sulla costa a riscattarsi dalla schiavitù borbonica, dovevano riempirgli gli occhi e il cuore di chiari progetti per il futuro, in cui lui ancora credeva.

Arrivato a Vasto però, Angelantonio morì: non subito col corpo, ma quasi immediatamente con lo spirito. Le figlie le vedeva ancora meno di quando era ancora in paese, nonostante avesse strategicamente comprato casa a pochi metri dagli appartamenti di ognuna di loro. Cominciò a disertare il cinema della domenica mattina, perché in una sala buia non aveva l’opportunità di conoscere gente. Poi il piccolo cinema chiuse e al cinema grande mio nonno si sentiva ancora più solo, fuori contesto. Allora prese a leggere sempre di più, ma la letteratura moderna, veloce, che trovava in edicola, non i classici, che non erano più di moda. La letteratura moderna, però, la trovava senza spessore, tanto valeva guardare la televisione. E fu così che mio nonno morì, spegnendosi lentamente di fronte una televisione accesa. Qualche mese prima morì anzi mia nonna, mentre attendeva lo stupido compito dell’apparecchiatura per due persone soltanto. Morirono vicini, ma lontani dalla terra dalla quale Angelantonio aveva voluto affrancare tutta la famiglia.

Juan Pablo Macias Bas Manifesto 2
Juan Pablo Macías, Fridge with seeds, manifesto and stencil (Photographic documentation of the opening of the seed bank) 2014 Images: Installation views at Preistorico Innumano. Guilmiartproject. Curated by Federico Bacci e Lucia Giardino. Abruzzo (IT)

Questa è una storia come tante altre, di promesse non mantenute e di offese dei padri che ricadono sui figli. È una storia che ha origini lontane, ma che in Italia si manifesta appieno nel XX secolo, il secolo della grande illusione, del progresso, che non è evoluzione, ma è interesse di pochi a scapito di molti. È la storia del potere invasivo della macro economia, dei grandi sistemi bancari, delle multinazionali, delle grandi industrie, comprese le agro-industrie, che hanno creato gli universi contrapposti del macro e del micro e li hanno resi sproporzionatamente dissimili; che hanno capillarmente cambiato le abitudini di chi ha tanto e chi ha poco. È la storia del capitalismo, dove chi ha poco rischia di più, perché alla fine della partita non ha più niente. Senza retorica, è una storia che non smuove la Storia, ma che, se raccontata e trasmessa, può contribuire a riorganizzare i destini di chi l’ascolta.

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Juan Pablo Macías, Fridge with seeds, manifesto and stencil (Photographic documentation of the opening of the seed bank) 2014 Images: Installation views at Preistorico Innumano. Guilmiartproject. Curated by Federico Bacci and Lucia Giardino. Abruzzo (IT)

È questa la ragione per cui il progetto di Juan Pablo Macías a Guilmi è così caparbiamente diverso da altri progetti artistici incentrati sulle pratiche agricole che possono sembrare simili. C’è infatti, in Preistorico In(n)numano, la volontà a cui è seguito l’atto, di ricominciare a raccontare le pratiche e i fatti e uno ad uno, da persona a persona: così che le voci dei singoli possano insieme diventare una grande contro-narrazione alle costruzioni teoriche propagandistiche di progresso e civilizzazione, che ora includono “nuove” pratiche come la green economy – un’altra grande illusione, avallata da mega eventi quali Expò 2015 – e gestite in astratto da organi monopolistici globali.

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Juan Pablo Macías, Fridge with seeds, manifesto and stencil (Photographic documentation of the opening of the seed bank) 2014 Images: Installation views at Preistorico Innumano. Guilmiartproject. Curated by Federico Bacci e Lucia Giardino. Abruzzo (IT)
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Juan Pablo Macías, Fridge with seeds, manifesto and stencil (Photographic documentation of the opening of the seed bank) 2014 Images: Installation views at Preistorico Innumano. Guilmiartproject. Curated by Federico Bacci e Lucia Giardino. Abruzzo (IT)

A Guilmi Juan Pablo Macías ha realizzato BAS, Banca Autonoma di Sementi Liberi da Usura, con l’intento di istaurare uno scambio di semi antichi, non manipolati dall’industria chimica – e quindi con una “obsolescenza programmata” nel loro nuovo DNA. Fondamentale per l’artista messicano è far capire che questa pratica deve essere intesa non come allineamento alle nuove politiche verdi, salutiste e/o di ecosostenibilità, ma come consapevole atto di riscatto primigenio. La base teorica di BAS è di radice anarchica e sta nella consapevolezza che chiunque induca ad una dipendenza, ad esempio tramite il forzato acquisto di semi a scadenza programmata, produce schiavitù; chiunque prometta guadagni, accumuli e fortune immediate asseconda il capitalismo.

Lo scambio dei semi tra chi coltiva deve avvenire di persona, raccontandosi storie ed esperienze, in un luogo pubblico, non necessariamente in un campo da coltivare, ma meglio nel luogo urbano, dove l’uomo manifesta la sua libertà.

Durante il vernissage di Preistorico In(n)umano, mentre scorreva il video realizzato da Juan Pablo Macías nel corso della residenza a GuilmiArtProject, la galleria La Pitech è stata il luogo dello scambio effettivo dei primi semi arrivati in banca. A breve, per continuare questa pratica vitale, BAS sarà trasferita nella biblioteca comunale di Guilmi, di imminente apertura. La Banca Autonoma di Sementi Liberi da Usura sarà accompagnata dal manifesto redatto dall’artista e da altri testi esplicativi sulle proprietà dei semi e sulle colture che i prestatori implementeranno progressivamente.

Il luogo fisico che ha già iniziato a custodire i primi semi – un frigorifero recante uno stancil di un metaschema da Helio Oiticica, modificato da Juan Pablo Macías – è il primo oggetto permanente, visitabile e fruibile, nella storia delle residenze di GuilmiArtProject. A futura memoria e a pratica perenne.

The human problem consists in obtaining from earth the greatest amount of general happiness. José Oiticica

Juan Pablo Macias Bas Manifesto 1
Juan Pablo Macias, BAS Manifesto, 2014

[1] Dai primi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, Angelantonio Ciccarone aveva preso ad affiancare alla sua attività di contadino, quella di fotografo, che svolgeva in un primo momento da casa, successivamente in un piccolo locale, la Pitech, in via Italia a Guilmi. La Pitech col tempo diventò un’attività ibrida: si trasformò in negozio di scarpe che era contemporaneamente un barbiere, ma anche un ufficio per la compilazione delle dichiarazioni dei redditi degli agricoltori diretti, categoria di cui mio nonno era il capo indiscusso in paese. Pur non coltivando più, i miei nonni continuarono ad avere la proprietà della terra lasciata in abbandono, che non vendettero mai perchè rappresentava pur sempre un capitale. Parte di quella terra non coltivata è ora andata via per sempre come fango, masticata dalle frane e risputata sull’asfalto.

Grazie a tutti coloro che hanno attivamente collaborato a Preistorico In(n)umano e che continuano ad implementare BAS, in particolare:

Andrea Lizzi, banchiere di BAS
Monica della Croce e Roberto Vetromile
Mara Pelanconi
, Fabrizio Mariani e La Repubblica delle Patate
Giuseppe Scarpa
e Federica Benemeo e la Liuteria Mediterranea
Nicolas Panelli
e Federica
Christian
Panfiluccio
Danilo Racciati
Filippo Racciatti
Franco Sacchetti
Massimiliano Simoncelli

Fotografie © Juan Pablo Macías, 2014

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